venerdì 9 ottobre 2026

Dopo la pioggia, i cipressi accesi

Dopo la pioggia, i cipressi accesi

Sono sceso in strada che aveva appena smesso di piovere. L'asfalto era lucido come una lastra appena sviluppata, la pista ciclabile più rossa del solito, l'acqua ferma lungo il bordo del marciapiede. Ho alzato gli occhi e ho visto i cipressi accesi dal sole basso, mentre sopra di loro il cielo era ancora carico, pesante, e cominciava ad aprirsi a strappi. Ho scattato quasi senza pensarci. Certe fotografie non le cerchi: ti vengono incontro.

È così che l'autunno è arrivato quest'anno nel mio quartiere, a due passi da Via Pantin. Non con una data sul calendario, ma con un odore. Quello della terra bagnata, della polvere d'estate che finalmente si posa, delle prime foglie che si staccano senza fretta. Abito a Scandicci dal 1980, in un palazzo degli anni Sessanta che d'estate trattiene il caldo come un rimprovero e d'inverno lascia entrare il freddo dalle fessure. Eppure, ogni volta che arrivano le prime piogge, lo sento respirare insieme a me.

L'estate è finita. Ha avuto il suo mare, la sua luce bianca, le sue sere lunghe. In Cefalonia, a luglio, il tempo sembrava sospeso: l'acqua trasparente, le giornate senza orologio. Adesso quella luce la tengo da parte, come si fa con un rullino ancora da sviluppare: so che c'è, ma non ho fretta di vederla. L'autunno mi chiede un'altra cosa. Mi chiede di rallentare, di guardare meglio, di accettare che le cose cambino colore.

Forse è per questo che lo amo da sempre. È la stagione delle mie canzoni più sincere, delle poesie scritte di notte, quando la città tace e resti solo con quello che hai dentro. Conosco bene il silenzio delle quattro del mattino, quello dei turni di notte, quando la pioggia batte sui vetri e il mondo sembra trattenere il fiato. In quelle ore ho imparato che anche la stanchezza ha una sua poesia, e che spesso le idee migliori nascono quando non le aspetti.

Con la fotografia mi succede lo stesso. Quando esco con la mia piccola macchina, quella che mi riporta al gusto dell'analogico, non so mai cosa porterò a casa. Scatto, aspetto, e solo dopo scopro che cosa ho visto davvero. Il bianco e nero mi ha insegnato a leggere la luce prima dei colori, a cercare il contrasto tra un cielo scuro e un ramo illuminato. Ma oggi, davanti a quei cipressi, ho lasciato i colori dove stavano: il verde cupo della ringhiera, il rosso della ciclabile, l'oro del sole sulle cime. L'autunno, a volte, merita di essere guardato così com'è.

Ci sono strade che percorriamo migliaia di volte senza vederle davvero. Poi basta un acquazzone, un raggio di sole storto, e quella stessa strada diventa un'inquadratura. Da regista ho sempre pensato che il cinema, in fondo, sia soprattutto questo: accorgersi. Accorgersi che una pozzanghera può contenere il cielo, che un'auto parcheggiata racconta chi è passato di lì, che una ringhiera può separare due mondi.

Qualche tempo fa ho dipinto una noce e ci ho chiuso dentro un messaggio segreto, una piccola capsula del tempo. Ogni autunno mi torna in mente. Forse perché anche questa stagione funziona così: chiude qualcosa, lo custodisce sotto la terra bagnata e lo restituisce più avanti, quando saremo pronti a capirlo. Non tutto quello che finisce va perduto. Spesso sta solo aspettando.