sabato 9 maggio 2026

La ribellione all'oblio

A me la morte fa paura. Non è un timore sussurrato, è uno squarcio, una vertigine profonda. E sapete perché? Perché sono innamorato perdutamente di questo viaggio. Vivere è un teatro unico, un frammento di luce irripetibile che ci scivola tra le dita. L'idea di dover posare la penna, di chiudere gli occhi e smettere di partecipare a questa misteriosa architettura dell'universo, mi lascia addosso un'angoscia muta e viscerale.

Sempre più spesso, avvertendo il peso del tempo e salutando amici e colleghi che fanno il loro passo oltre la soglia, mi sono fermato a scrutare l'orizzonte di quel confine. La risposta che ne è tornata indietro è cruda, spogliata di tutte quelle consolazioni religiose che, in fondo, ritengo solo coperte calde, cucite dall'uomo per difendersi dal freddo della fine. Per comprendere la morte, basta voltarsi indietro e guardare a ciò che eravamo prima del nostro primo respiro: *niente*. Abbiamo già abitato quel vuoto. Veniamo dal nulla, da un buio che non fa male perché non ha forma, e lì torneremo, scivolando in un'immensa, pacifica incoscienza. Senza il corpo, senza quello zucchero che nutre e accende il pensiero, tutto sfuma in un'anestesia profonda. Smetti, semplicemente, di esserci.

E allora, in questa clessidra che inesorabilmente si svuota, che senso ha il nostro affannarci?

Il senso è ribellarsi all'oblio. Come un artigiano dell'anima, il senso è cercare di scolpire il proprio passaggio sulla pietra inafferrabile del tempo. Ecco la radice della mia ostinazione, di quella fame inesauribile che mi spinge a registrare ore di audio diari, a montare sequenze video, ad accumulare archivi su archivi. La materia si sfalda, gli oggetti svaniscono e la polvere si riprende le cose, ma un frammento digitale, se custodito e tramandato, possiede l'eco dell'eternità. Noi prolunghiamo i nostri giorni solo nel riflesso di chi resta. Affido la mia voce a questi file con una speranza ostinata: che un giorno mio figlio Marco, la mia Alessandra, o perfino uno sconosciuto viandante del futuro, premendo *play* possano tirarmi fuori dall'ombra, tenendomi in vita ancora per un istante.

A volte, lasciando correre la mente verso orizzonti fantascientifici, mi cullo persino in una visione. Mi piace sognare che un giorno, in un futuro non troppo lontano, una potente Intelligenza Artificiale possa raccogliere tutti questi miei detriti digitali: la mia voce, i miei pensieri, i miei sussurri e ricucirli insieme per rimaterializzare, in qualche forma inesplorata, l'essenza di ciò che sono stato.

Non salgo in cattedra e non ho verità assolute da insegnare; sono solo un uomo, vulnerabile e mortale come chiunque altro. Eppure, sono immensamente grato di aver respirato. La vita mi ha donato l'urgenza dell'entusiasmo, quella fame viscerale e curiosa di comprendere perché siamo qui, intrecciati a questo cosmo. Ed è per questo che, finché avrò voce, non smetterò di macinare idee e di registrare. Perché arrendersi al nulla è rinunciare all'unica vera magia che ci è concessa: quella di continuare, in ogni modo possibile, a colorare il mondo con le nostre sfumature.