Mi interessano quei luoghi che non sembrano chiedere una fotografia. Non perché voglia per forza trovare il bello dove gli altri non lo vedono, ma perché non credo che tutto debba diventare bello per meritare attenzione.
In un vicolo del centro di Firenze, per esempio, mi ha fermato un odore. Dalla cucina di un locale salivano fumi verso i balconi delle abitazioni soprastanti. Le pareti unte bastavano a raccontare quello che succedeva lì, giorno dopo giorno. Non c'era bisogno di cercare un dettaglio grazioso, né di aspettare che la scena diventasse più presentabile. Prima ancora di guardare, avevo sentito.
È un gesto semplice: avverti un odore, alzi la testa per capire da dove venga. Per me la fotografia comincia in quel movimento. Poi bisogna trovare la posizione, l'angolazione che restituisca quella sensazione. Scattare nel momento in cui quello che hai percepito trova una forma dentro l'inquadratura.
Una fotografia non può conservare un odore. Può però mostrarne le tracce: il fumo che sale, le superfici segnate, la distanza tra una cucina e il balcone di chi ci abita sopra. Può lasciare a chi guarda abbastanza elementi da immaginare ciò che manca.
Non stavo aspettando qualcuno da fotografare mentre alzava la testa. Ero io a farlo. Cercavo il punto da cui quella scena potesse raccontare perché mi ero fermato.
Di Firenze si fotografano spesso le facciate più belle, i monumenti, le prospettive riconoscibili. Ma la città continua anche dove l'inquadratura della cartolina finisce. Sopra una cucina ci sono abitazioni. Sotto un balcone passano fumi. Sui muri restano i segni di una quotidianità che non si mette in posa.
Non cerco necessariamente di denunciarla, né di renderla pittoresca. Mi interessa guardarla. Senza ripulirla prima, senza chiederle di assomigliare a qualcos'altro.
Forse è questo che cerco quando fotografo: non un'immagine che dica «guarda quanto è bello», ma una che suggerisca «fermati, qui c'è qualcosa».
Anche quando, a farmi alzare gli occhi, è stato soltanto un odore di cucina.