La stessa domanda mi accompagna quando prendo una macchina fotografica o lavoro in garage. Non sempre cerco un risultato da pubblicare. A volte mi basta provare, smontare, aspettare di vedere cosa viene fuori. Vorrei conservare questo spazio, senza trasformare ogni interesse in una prestazione e ogni creazione in un conto delle visualizzazioni.
Anche nei rapporti affettivi sto imparando a fare i conti con ciò che non dipende soltanto da me. Ci sono distanze che fanno male e parole che vorrei trovare. Non tutto si aggiusta con l'impegno di una persona sola. Questo non mi rende indifferente: mi ricorda che voler bene e riuscire a cambiare le cose non sono la stessa cosa.
Non voglio usare queste righe per dare ragione a me stesso o torto a qualcun altro. Mi interessa piuttosto capire come restare disponibile senza perdermi, come accettare un'attesa senza lasciare che occupi tutta la giornata.
Con Alessandra condivido la vita quotidiana e anche la libertà di avere ciascuno i propri spazi. Una passeggiata, una cena, una presenza vicina non risolvono ogni problema, ma non sono nemmeno dettagli da trascurare. Sono parte della vita che c'è, mentre penso a quella che vorrei.
Non ho una conclusione definitiva. Ho smesso di fumare, ma non di desiderare, di preoccuparmi, di inventare progetti. Alcuni sono in pausa. Altri prendono strade diverse da quelle previste. Provo a non leggere ogni pausa come una sconfitta.
Forse, in questo momento, fare spazio per vivere significa proprio questo: riposare quando sono stanco, creare senza pretendere subito un risultato, prendermi cura del corpo e lasciare aperta una possibilità di incontro. Non aspettare che tutto sia risolto per riconoscere qualcosa di buono nella giornata.
Oggi, dopo una notte di lavoro, quel qualcosa può essere anche soltanto un altro paio d'ore di sonno. Il resto non deve scomparire. Può aspettare.
Pensavo soprattutto a ciò che avrei tolto. Poi mi sono accorto che avrei dovuto capire anche che cosa mettere al suo posto. Non necessariamente un'altra abitudine. Forse un modo diverso di concedermi una pausa, senza sentire il bisogno di riempirla subito.
Mi capita di sentirmi più leggero. E mi capita ancora di sentire un vuoto. Le due cose possono stare insieme, senza che una cancelli l'altra.
La mia vita ha sempre avuto molti spazi. C'è il lavoro di infermiere, ci sono i turni, le notti e il momento in cui torno a casa e ho bisogno soltanto di dormire. Il contatto con la sofferenza degli altri mi ha fatto pensare anche al rispetto che devo al mio corpo. Non posso prendermi cura di tutto lasciando sempre me stesso per ultimo.
Poi c'è la parte di me che vuole creare. Un film, una canzone, una fotografia, un oggetto costruito con le mani. Ho cambiato strumenti molte volte, ma la spinta è rimasta: dare una forma a qualcosa che, finché resta dentro, non riesco a vedere del tutto.
Con l'intelligenza artificiale sperimento possibilità nuove. Mi interessa, mi incuriosisce, qualche volta mi delude. Un'immagine può essere tecnicamente riuscita e non assomigliare a quella che avevo in mente. Una voce può essere bella e non dire ancora quello che volevo. Avere uno strumento potente non elimina la domanda più difficile: che cosa vale la pena raccontare?
