Eppure, l’universo si muove su regole diverse. Se guardiamo alla realtà con gli occhi della scienza e della biologia, scopriamo che la vita stessa è un’eccezione statistica monumentale. Nell’immensità del vuoto cosmico, il raggiungimento della consapevolezza non è scontato: è un regalo fantastico della struttura biologica, un’architettura misteriosa che ci permette di sperimentare l’unica dimensione reale a nostra disposizione: il Presente.
L’illusione del tempo e l’ancoraggio del presente
Dal punto di vista puramente fisico-chimico, la nostra coscienza è strettamente legata a un flusso costante di energia che alimenta il cervello. Ma se scomponiamo questa dinamica, ci rendiamo conto di una verità profonda: il passato non esiste altrove se non come un costrutto della mente, un file d’archivio rievocato nel qui ed ora grazie alla memoria. Il futuro, d’altro canto, è pura immaginazione, una simulazione di scenari non ancora scritti. Noi sperimentiamo, di fatto, solo e soltanto l’istante presente.
Questo ci porta a una riflessione intima e quasi perturbante: nel momento in cui l’approvvigionamento energetico della nostra complessa macchina biologica cessa, non ci portiamo dietro alcuna memoria. Scompare la capacità di trattenere il passato e di immaginare il futuro. La fine della coscienza chimica ci riporta esattamente al punto di partenza, a ciò che eravamo prima della nascita, minacciando di rendere la nostra stessa esistenza come un qualcosa che "non è stato".
Se la biologia ha un termine e la chimica si spegne nel buio, dove risiede la nostra estensione oltre il limite?
L’arte come atto di resistenza entropica
La risposta risiede in un pensiero che risuona profondamente con la tradizione messicana: una persona vive finché viene ricordata.
Scrivere un romanzo, registrare un suono, imprimere un’immagine o una storia non sono semplici esercizi di stile o passatempì creativi. Sono atti di vera e propria resistenza contro l’entropia e l’oblio. Lasciare un tributo, raccontare la storia di chi non ha avuto voce — come i soldati tornati spezzati, nell’anima prima che nel corpo, dai conflitti della storia, o le vicende private celate dal pudore e dal riserbo del tempo — significa autorizzare il mondo a far vivere quelle persone un po’ di più.
Laddove i documenti ufficiali offrono solo fredde date di nascita, di morte o trafiletti di giornale d'epoca, l’arricchimento emozionale e la narrazione colmano i vuoti. L’arte diventa lo specchio in cui la coscienza si riflette e si tramanda, permettendo al passato di continuare a generare presente nel cuore di chi legge.
Il paradosso del creatore: Mente, corpo e costanza
Questa urgenza di spingere il cervello oltre i propri limiti biologici, alla ricerca della massima emozione o dell'ispirazione pura, nasconde però un’insidia. L’artista, nel fervore creativo, tende a volte a trascurare il fatto che la mente non è un’entità astratta, ma risiede in un tempio biologico che richiede cura, rispetto e manutenzione.
Se non si preserva la salute del corpo, la macchina che produce il pensiero devia, si logora e rischia di spegnere anzitempo la sua capacità di meravigliarsi. La vera sfida per chi ha l'esigenza di esprimersi non è solo accendere la scintilla, ma trovare la coerenza e la disciplina per proteggere la propria salute, garantendo a quella straordinaria architettura biologica l’energia pulita necessaria per continuare a creare, assaporando la bellezza della vita dall’inizio fino alla fine.
Ricostruire le storie incomplete dei nostri antenati o dare forma ai nostri pensieri è, in fondo, il nostro modo di dire all'universo che siamo stati qui. Un modo per lasciare una trama invisibile che continuerà a legare gli uomini, i ricordi e le stelle anche quando il sipario del nostro presente si sarà chiuso.