Poesia di Marcello Salamone e Stefano Terraglia
Il cupo scrigno, se avesse favella quali memorie e taciti sospiri
al sol mirar di ligneo consunto,
lui vede in tarda ora i nostri occhi perire piano alla stanchezza.
Basterebbe la soave e trasparente visione di un'amazzone
a scaldar il sospiro che accenna a perdersi in un veltro di numeri lucidi,
incomprensibili alle gesta di un intrinseco amico comune,
che reclama il risveglio dei sensi al calar della notte.
La notte ivi è troppo brava,
ed il perire alla stanchezza non lascia spazio ad altre gesta.
Solo allora il tonfo immane, di chi perduta la virtude, dal sommo seggio cade.
Mio cupo scrigno...non restare li a guardare.