
Il triste destino di una famiglia dove due genitori, nel pieno del loro dramma, scelgono comunque per la vita. La musica è del maestro Lorenzo Pescini
Racconto di Stefano Terraglia
Ecco l'emozionarsi, sensazione che io ricerco ogni volta che mi sento osservata, desiderata dagli sguardi indiscreti di ognuno di loro, uomini attoniti nel percepire il mio modo di camminare, di insediarmi nei loro pensieri, come fossi un demone dissolto nell'atmosfera della città. Ciò è per me una passionale conferma della mia esistenza.
Sapevo di non resistere alle tentazioni, così nella vita continuavo insistentemente a perseverare con il mio contegno sino a che, troppo coinvolta, un po' per scelta un po' per istinto, ero già ai piedi dell'hotel La Torre.
Quell'edificio era alto e irraggiungibile, ma accanto a me c'era l'uomo che mi aveva distratto sin troppo negli ultimi mesi, situazioni che avevo sempre cercato di evitare, ma adesso lui era troppo vicino ed io, convinta, lo stavo attendendo nella lussuosa hall mentre con discrezione si faceva assegnare una camera all'ultimo piano. Quella mattina ci guardammo negli occhi, percepivo un invito profondo ed il mio cuore batteva forte, non esisteva più niente. L'ascensore adesso saliva tra un brusio tenue di voci e di scambio d'opinioni di uomini e donne d'affari, tra lo scintillio delle lumiere quali specchio e guarnizione di un mondo troppo grande per me, che non poteva di certo accordarsi con quello che avevo vissuto sino a quel giorno, sino a quel rumore di chiavi d'albergo che aprivano il portoncino di quella bellissima ed illustrissima camera. Lui, con il suo bel corpo, io con i miei stivali, coi miei lunghi capelli neri, con il mio rancore verso tutto ciò che sino ad allora mi aveva circondata. Quel bacio ardente strappato in ascensore poco prima aveva dato vita in lui ad un simpatico susseguirsi di piccanti e stravolgenti battute che lo rendevano più unico che raro. Sapeva stravolgermi quel maschio imperioso, impavido, esuberante e pieno di se, faceva della vita una faciloneria molto condivisibile, si muoveva bene dentro le scarpe della sua fortuna. Ed io ero all'ultimo piano di un albergo molto vicino a casa mia, elegantemente ospitata forse nell'unico vero modo degno della mia bellezza, del mio fascino, della mia unicità. Fui travolta prima dalle sue braccia, poi dalla sua bocca, poi dal suo maestoso attributo, poi dal nostro appagamento e per finire dalle nostre frizzanti ed emozionanti considerazioni. Per un attimo non pensai più a niente e gli regalai anche il cuore, tanto ci sarebbe stato posto anche per lui, nel mio buon cuore di roccia che mi ha lasciato mio padre. Avrei dovuto pagare un pegno di spine perenni se tutto questo fosse venuto alla luce del sole, ma non davo valore a nient'altro che a quel lasciarsi cullare che mi avrebbe poi martoriato l'anima, ma adesso non tralasciava l'ardore.
Nella camera ora entrava una luce di una sterile intensità, opacizzata dai bianchi tendaggi, non fu difficile prima di uscire gettare uno sguardo al di fuori, un breve sguardo che poi si fece sempre più curioso. Dall'ultimo piano dell'hotel La Torre, da quel poco di considerevole che si poteva osservare da quell'altezza, con mia sorpresa, si vedeva chiaramente il palazzone dove io abitavo da otto anni, con il grande terrazzo a tetto e la fila dei panni stesi. Curiosa rimasi per un attimo a guardare, poi chiamai lui accennando alla strana coincidenza che dalla finestra di un albergo così elegante si vedesse casa mia, lui sorrise e mi disse che non sarebbe mai riuscito ad immaginare una principessa come me tra i filari di panni odorosi di candeggina. Successe all'improvviso durante quello sguardo al di fuori della finestra dell'albergo, uno squarcio nel cuore, tra quei panni che sventolavano nella brezza di quella mattina di primavera osservavo adesso una piccola mano che si lasciava intravedere in lontananza. Sul terrazzo a tetto c'era un bimbo ed un uomo che scherzavano tra i panni, rincorrendosi, lui con jeans ed il bimbo con la tuta rossa da ginnastica, un po' corta, tutti e due, proprio come li avevo lasciati due ore e mezzo fa. Mio figlio e mio marito.
Richiusi per un po' quello squarcio nel cuore ed abbassai lo sguardo, non feci accenno a niente per non sciupare quel sogno appena vissuto, così l'uomo delle mie tentazioni mi ricondusse dove ci eravamo incontrati, se ne andò accompagnato dal serioso rumore della sua bella macchina ed io feci ritorno a casa accompagnata dal ritmo dei tacchi dei miei stivali.