lunedì 21 settembre 2015

Un campanello nella notte

Carlo aveva l'aspetto goffo, con le grosse spalle, occhiali da lettura e nel suo angolo dove per anni non aveva dato fastidio a nessuno continuava a rimanerci, imperterrito, alla conquista di chissà cosa. Circondato da libri e dalla sua lampada da tavolo che illuminava a malapena un quarto di quella vecchia scrivania, lì, per molti anni, aveva intriso d'inchiostro tutta quella carta che giaceva in fascicoli, nei numerosi cassetti la intorno. Non era nessuno, o meglio, non era mai riuscito ad essere nessuno, eppure, nel suo essere niente, sognava le luci di un palcoscenico che non arrivava mai. Adesso, senza neanche più quei capelli di donna che lo avvolgevano durante la notte.
Lei se n'era andata cinque anni fa insieme con uno con tanti soldi. Carlo si era sempre rifiutato di conoscere quel tipo, di indagare in merito, n'era soltanto molto addolorato. Quel dolore lo percuoteva più che altro la notte, quando la luna filtrava i suoi tenui raggi attraverso le persiane di quella camera, quando sul cuscino, quella luce bluastra, non accarezzava più il bellissimo corpo di Jessica. Conquistò la sua venere dieci anni fa, tra le risate scettiche di quei quattro amici oramai dispersi, quando gli affermavano che sarebbe durata poco, lei, incuteva battute interessate, sembrava un bocconcino di pane in mezzo ad una piazza di piccioni. La bella e la bestia, canticchiavano sulla soglia del bar, ma anche lui era scettico sin dall'inizio. Sarebbe stata una fantastica avventura, si diceva spesso tra se, quando la vedeva passeggiare, con quegli abiti succinti ed il visetto capriccioso. Sarebbe stata un'avventura degna di un bellissimo Re che ha incontrato la sua principessa, ma lui, non era né bellissimo, né tanto meno un Re.
Cercò il primo anno, però, di assomigliare ad un Re di periferia, armato di carta di credito, con un lavoro sicuro in una struttura pubblica, l'utilitaria appena lavata, con il profuma ambienti al cocco attaccato allo specchietto retrovisore interno. Le cene con lei in pizzeria, inebriate dal quel vin bianco alla spina, e poi, per finire, fuggire via veloci, incuranti dell'ora tarda, tra i cori di grilli, a finestrini aperti, nelle campagne vicine, a fare l'amore, e poi, la sua principessa tornava a casa.
La passione per lo scrivere, per il cinema e per la fotografia non stentarono ad esprimersi intorno a quel magnifico volto, e proprio di lei, conservava più di tremila scatti fotografici. Non era più tornata, affascinata forse dall'illusione di una vita più agiata, stretta da un corpo d'uomo abbronzato, curato, in una casa senza quell'odore stagnante di cipolla soffritta che rimaneva prigioniero di quelle giallognole mura con poche finestre. Dalle sue mura di casa, Carlo, era avvolto come da un mantello protettivo, sia d'inverno sia d'estate. Quel corpo un po' tozzo, con la sua testa sempre abbassata, il niente del niente, mimetizzato in quella società che lo ha mortificato quando tentò di presentare i suoi scritti a qualche concorso, ma di cosa scriveva, be', lui creava da sempre.
Creava di racconti, creava di soggetti, creava spesso per il cinema che mai aveva girato un metro di pellicola per lui, creava d'immagine attraverso un computer e si commuoveva quando finiva le sue opere ed aspettava, ebbene aspettava che lei tornasse, che tornasse per sempre da lui. Erano passati cinque anni, ma quando arrivava la notte lui non si dava pace, stringeva il cuscino tra i denti, si lasciava rotolare nel letto e ad ogni rumore d'auto che sopraggiungeva da fuori lui poi immaginava un possibile suono di campanello, il suo ritorno di notte: "Se la mia scelta sarà sbagliata tornerò a casa, lo farò di notte, così sarai sicuro che sono io, tu sceglierai se aprirmi o meno" così lei disse. Una notte, dopo essere stato per ore ed ore a scrivere, decise di andare a letto, e più tardi, mentre costruiva le sue illusioni prima di prendere sonno, la sua fervida immaginazione si materializzò e come per incanto, il campanello suonò in piena notte. Stentava a credere a quel suono ed era paralizzato da un ansia che gli faceva ballare il cuore in gola a limite della sopportazione. Lui in pigiama corse al citofono, e, balbettando, domandò, chi era, nessuno. Nessuna risposta. Ancora domandò chi era, e non ottenendo riposta, si precipitò verso l'ascensore per scendere giù nell'ingresso del palazzo forse dal citofono non era stato capito forse Jessica, era tornata, ma non rispondeva al citofono. Arrivato a piano terra si diresse velocemente ansimando verso il portone, nessuno. E fuori? Nessuno. Si guardò intorno, non voleva cedere a quell'improvvisa delusione così decise di cercare ancora di più, attraversò velocemente la strada intontito, accecato, si, accecato anche dai fari di una macchina che sopraggiungeva velocemente e che lo travolse. Erano le tre e trentacinque. Per un attimo sullo sfondo della strada vide chi aveva suonato nel cuore della notte, un gruppo di ragazzetti ubriachi, si divertivano a suonare alcuni campanelli per poi scappare, ma lui era per terra, mentre la vita gli sfuggiva per sempre di mano, in pigiama, vittima di una scorribanda tra le più ingenue, beffeggiato e condannato a morte da un gruppo di ragazzetti bontemponi. Mentre un uomo tentava di porgli soccorso, Carlo se n'andava per sempre, senza aver concluso un bel niente.
Lei arrivò mezz'ora più tardi.